Un esempio di adozione BIM in uno studio tecnico non coincide con l’acquisto di un nuovo software. Comincia, più concretamente, quando il titolare decide di rendere ripetibili attività che fino a quel momento dipendevano dall’esperienza dei singoli: nomenclature, tavole, revisioni, computi, scambio di file e controllo delle informazioni. È qui che il BIM smette di essere una promessa tecnologica e diventa un cambiamento organizzativo misurabile.

Immaginiamo uno studio di progettazione composto da otto persone, attivo su ristrutturazioni, nuove costruzioni residenziali e piccoli interventi terziari. Il team lavora prevalentemente in CAD 2D, con alcuni modelli tridimensionali prodotti per esigenze di presentazione. I file sono archiviati in cartelle condivise, il computo viene aggiornato manualmente e le modifiche progettuali vengono comunicate attraverso e-mail, telefonate e versioni successive delle tavole.

Il problema non è la qualità tecnica dei progettisti. Il problema è che ogni variante richiede verifiche ripetute, aumenta il rischio di incoerenza tra elaborati e sottrae tempo alla progettazione. L’adozione BIM viene quindi impostata per risolvere criticità reali, non per introdurre un’etichetta nel curriculum dello studio.

Esempio adozione BIM studio: da dove partire

La prima scelta efficace è delimitare il perimetro. Lo studio non tenta di convertire tutti i progetti, tutti i collaboratori e tutte le procedure in poche settimane. Individua invece un progetto pilota: una palazzina residenziale di dimensioni medie, con disciplina architettonica gestita internamente e consulenti esterni per strutture e impianti.

La selezione del progetto è decisiva. Un incarico troppo semplice non metterebbe alla prova il metodo; uno troppo complesso, già in fase esecutiva o caratterizzato da continue modifiche della committenza, renderebbe difficile capire se le criticità dipendono dal BIM o dal progetto stesso. Il caso pilota deve avere tempi compatibili, un team disponibile al confronto e obiettivi verificabili.

Prima di modellare, lo studio analizza il proprio flusso di lavoro. Vengono mappati i passaggi che oggi richiedono più tempo: aggiornamento delle piante dopo una modifica di facciata, controllo della coerenza fra piante e sezioni, estrazione delle quantità, gestione delle varianti e coordinamento con i consulenti. Da questa analisi derivano gli obiettivi del pilota:

  • produrre elaborati grafici coordinati da un unico modello;
  • standardizzare oggetti, codifiche e criteri di denominazione;
  • estrarre abachi e quantità utili alla verifica preliminare;
  • condividere documenti e revisioni in un ambiente controllato;
  • testare lo scambio informativo con i progettisti esterni attraverso formati interoperabili.

L’obiettivo non è raggiungere immediatamente il massimo livello di maturità BIM. È creare un processo affidabile che il team possa applicare anche all’incarico successivo.

Ruoli, regole e strumenti prima della modellazione

Nel caso considerato, uno dei progettisti senior assume il ruolo di referente interno per il progetto pilota. Non deve necessariamente svolgere tutte le funzioni di un BIM Manager in senso formale, ma ha il compito di mantenere coerenti standard, modelli e modalità di condivisione. La responsabilità va riconosciuta nel carico di lavoro: affidarla a una persona già saturata dalle consegne è una delle cause più frequenti di rallentamento.

Lo studio definisce poi un documento operativo essenziale. Non serve produrre una documentazione sproporzionata rispetto alla dimensione dell’organizzazione. Servono indicazioni chiare su livelli informativi richiesti nelle diverse fasi, struttura delle cartelle, codici dei file, regole per la pubblicazione, responsabilità di aggiornamento e modalità di gestione delle revisioni.

Anche le librerie meritano attenzione. All’inizio è utile predisporre un set limitato di oggetti parametrici e materiali coerenti con la tipologia di progetto: muri, solai, serramenti, locali, elementi di arredo significativi e stratigrafie ricorrenti. Cercare di costruire una libreria completa prima di avviare il primo incarico rallenta l’adozione. È più efficace ampliare le risorse in base alle necessità emerse nel lavoro reale.

La scelta della piattaforma di condivisione completa il quadro. Un ambiente comune di dati consente di distinguere file in lavorazione, file condivisi e documenti pubblicati, evitando che una tavola superata venga utilizzata in cantiere o inviata a un consulente. Per uno studio piccolo può sembrare un passaggio formale, ma acquisisce valore appena aumentano persone, revisioni e discipline coinvolte.

Formazione legata al progetto, non solo al software

I progettisti ricevono una formazione iniziale sugli strumenti di modellazione, documentazione e verifica. Tuttavia, la formazione più utile è quella collegata al progetto pilota: come impostare correttamente un piano tipo, come associare dati a un elemento, come estrarre un abaco, come gestire una variante senza ricostruire le tavole.

Nelle prime settimane il team lavora con tempi inevitabilmente meno rapidi rispetto al CAD. Questo non rappresenta un fallimento. La produttività non va valutata sulla velocità di una singola giornata, ma sulla riduzione delle attività ripetitive e delle correzioni nelle fasi successive. Chi promette un miglioramento immediato su ogni attività trascura la curva di apprendimento e il tempo necessario per consolidare le regole comuni.

Il progetto pilota: modellare per le decisioni utili

Il modello architettonico viene avviato a partire dal rilievo, dalle informazioni urbanistiche e dalle esigenze della committenza. Lo studio stabilisce un livello di dettaglio adeguato alla fase preliminare: volumetrie, partizioni principali, aperture, spazi, finiture significative e dati necessari alle prime verifiche. Non vengono modellati dettagli costruttivi che non servono ancora a prendere decisioni.

Questa selezione è un punto tecnico e gestionale fondamentale. Un modello troppo povero non può supportare elaborati e quantità attendibili; un modello troppo dettagliato in fase iniziale richiede manutenzione continua e consuma ore senza produrre valore. Il livello informativo dipende sempre dall’uso previsto del modello, dalla fase progettuale e dagli accordi con committente e consulenti.

Quando la committenza richiede lo spostamento del vano scala e la revisione di alcuni appartamenti, il vantaggio del nuovo processo diventa evidente. La modifica viene eseguita nel modello e si propaga a piante, sezioni, prospetti, viste tridimensionali e abachi. Il progettista mantiene comunque il controllo: la coerenza automatica non sostituisce la verifica professionale, ma riduce il numero di punti in cui un errore può rimanere nascosto.

Per il coordinamento con strutturista e impiantista, lo studio pubblica modelli disciplinari e file IFC secondo una cadenza concordata. Le interferenze non vengono trattate come una semplice lista di collisioni geometriche. Il team distingue i conflitti che richiedono una modifica progettuale da quelli accettabili o temporanei, registra le decisioni e assegna una responsabilità. Senza questo passaggio, anche il miglior strumento di clash detection genera solo segnalazioni difficili da governare.

Misurare i risultati e correggere il processo

Al termine del progetto pilota, lo studio non valuta l’esperienza con un generico giudizio positivo o negativo. Raccoglie dati: tempo impiegato per produrre le tavole, numero di revisioni, richieste di chiarimento dei consulenti, ore dedicate all’aggiornamento delle quantità, errori rilevati prima della consegna e riutilizzabilità delle librerie create.

I risultati mostrano che la fase di impostazione ha richiesto più ore del previsto. Sono emerse difficoltà nella codifica degli elementi e nella disciplina di pubblicazione dei file. Al tempo stesso, le varianti sono state gestite con meno duplicazioni di lavoro, le tavole sono rimaste più coerenti e il computista ha ricevuto quantità preliminari più ordinate. Il bilancio è quindi concreto: non un risparmio indistinto, ma un miglioramento visibile nei passaggi più esposti a errori e ritardi.

Da qui nasce il piano per il secondo progetto. Lo studio aggiorna il proprio template, corregge le regole poco chiare, amplia le librerie realmente utilizzate e definisce una breve procedura di avvio per ogni nuovo incarico. Solo dopo aver consolidato questo nucleo valuta l’estensione del BIM a ulteriori discipline, al coordinamento più strutturato, al computo integrato o a processi Scan-to-BIM.

Cadline Software può affiancare questo percorso con strumenti selezionati, formazione specialistica e supporto tecnico, aiutando lo studio a collegare scelte software, standard operativi e obiettivi di progetto. Il valore dell’adozione non dipende infatti dalla quantità di funzionalità disponibili, ma dalla capacità di usarle con continuità nel lavoro quotidiano.

Il passo più utile, per uno studio che vuole iniziare, è scegliere un processo che oggi crea inefficienza e trasformarlo in un obiettivo BIM semplice da verificare. Quando il team vede che una revisione, una quantità o una consegna diventano più controllabili, il cambiamento smette di essere imposto e comincia a essere richiesto dalle persone che progettano.

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